L’omelia di fra Massimo Fusarelli nella Basilica di San Francesco
Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dei frati minori, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.
Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace.
Celebriamo oggi l’Eucaristia in questa magnifica Basilica che, attraverso gli affreschi di Giotto che ci circondano, ci narra la vita di Francesco. Mentre, in questo mese, nella Basilica inferiore sotto di noi, veneriamo quello che resta del suo corpo, le sue spoglie mortali, memoria viva di una vita totalmente donata a Cristo.
Possiamo dire: un amore che lo ha consumato e ha reso Francesco quel seme che, caduto nella terra, porta molto frutto. Ricordo le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni, quanto mai appropriate per questo momento: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” Ecco il paradosso: morire per vivere.
Francesco ce lo mostra, e questo frutto è ricco nel dispiegarsi dei secoli fino ad oggi. Quanti fratelli e sorelle della famiglia francescana, ma anche – come oggi vedo qui davanti a me – voi, cari fratelli e sorelle, uomini e donne di tante origini, di tante parti, diversi tra loro, riconoscono in Francesco una luce e un’ispirazione.
Sono tornato solo ieri da un lungo viaggio per visitare i frati nel mondo e vengo direttamente dalla Cambogia. Forse molti di noi neanche sanno situare bene sulla mappa geografica dove si trovi. L’altro ieri abbiamo aperto il centenario di San Francesco in Cambogia, dove i cattolici sono pochissimi, ventimila in tutto, una Chiesa che rinasce dopo essere stata distrutta cinquant’anni fa dalla dittatura.
Bene, a questa celebrazione sono stati presenti i cristiani locali, certamente i cambogiani, ma anche i buddisti e persone di buona volontà che hanno voluto celebrare San Francesco. Veramente, San Francesco parla al cuore di tutti.
Per questo possiamo dire: la sua eredità è viva, e da questo seme continuerà a portare molto frutto fino alla fine dei secoli. Il Signore ha promesso a Francesco che la sua famiglia sarebbe durata sino alla fine, anche ridotta a tre persone, ma sarebbe durata. Questo seme rimane per sempre.
Mi chiedo, me lo sono chiesto preparandomi a questa giornata: perché siamo venuti fino a qui per venerare, e in modo straordinario anche vedere, le spoglie mortali di San Francesco? Forse per una forma antica di religiosità? Forse per curiosità? Forse perché speriamo di trovare finalmente qualcosa: una risposta, un’emozione, oppure qualcuno?
Potremmo continuare a lungo con le domande, ma credo e spero che, alla fine, siamo qui soprattutto perché continuiamo ad essere attratti da quest’uomo, da Francesco di Assisi. Perché in lui abbiamo riconosciuto, anche solo intravisto, il volto di Cristo. È Cristo stesso che, attraverso Francesco, ci attira e ci convoca oggi in questo luogo.
Non a caso siamo invitati dal Signore a entrare nella casa adornata a festa, di cui ci ha appena parlato il Vangelo, a sedere a quel banchetto dove il vitello grasso è stato ucciso perché un figlio è stato ritrovato. Che parola bellissima! Francesco è stato quel figlio che il Signore ha ritrovato, che ha stretto tra le sue braccia, che ha rivestito dell’abito nuovo e gli ha dato l’anello, segno che Francesco è figlio, figlio di Dio.
Francesco è stato quel figlio amato a cui il Signore non ha potuto fare altro che perdonare i peccati e donargli una vita nuova. Quale vita nuova? La vita del Vangelo vissuta fino in fondo, senza riserve.
E ora siamo noi quel figlio, oggi, che arriva qui anche col peso dei nostri peccati. Anche noi – ci vedete qui in tanti, figli di Francesco, i suoi fratelli – sentiamo questo peso dei nostri peccati, che a tratti sembra schiacciarci. Eppure siamo consolati tutti, perché quei peccati non sono un ostacolo insormontabile sul nostro cammino: sono finiti in fondo al mare della misericordia del Padre, come ci ha detto il profeta Michea nella prima lettura.
Che parola magnifica: il Signore getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. Non li vuole più vedere, neanche Lui, perché vuole vedere noi, ciascuno di noi, tutti noi, la sua sposa, e riconoscere in noi i figli amati.
Ecco, in questo spirito, vi voglio ora – a vostro nome, permettetemelo – rivolgere a Francesco, che ci ascolta:
Accoglici nel tuo abbraccio, Francesco, padre e fratello nostro. Accoglici mentre veniamo a cercare di nuovo il tuo volto, la tua benedizione, il tuo corpo fragile che ci parla di Cristo perché ferito dal suo amore.
Accoglici, noi che siamo così lontani da te, da quella fiamma del Vangelo che ti ha mosso e consumato sino alla fine in un amore totale. Accoglici, noi che sappiamo seguire i tuoi passi solo a distanza, spesso stanchi e spenti, più abili a ricordarti con le parole che con la vita.
Accoglici, noi che, così fragili e incostanti, desideriamo pur sempre mantenere accesa la vita secondo il Vangelo che tu ci hai lasciato e che continui a suscitare in noi, tra noi peccatori amati e perdonati.
Accoglici, noi che veniamo a venerare il tuo corpo che attende la resurrezione. Non lasciare che ci affascini un ricordo lontano, vagamente religioso e che non ci impegna, ma orientaci ancora a Cristo, che tu hai incontrato, amato, seguito sino a lasciarti abbracciare da sorella morte per entrare nel banchetto della vita.
Accoglici, mentre siamo qui davanti a te, Francesco. Non possiamo non alzare gli occhi verso il mondo che brucia fuori da queste splendide mura: un mondo segnato da guerre che non finiscono, da popoli che soffrono, dalla pace ridotta a negoziato tra i potenti più ricchi, escludendo chi la guerra la soffre sulla sua stessa pelle.
In questo mondo tu hai qualcosa da dire, e lo hai già detto con la tua vita.
Accoglici, noi che non possiamo dimenticare che, come un giorno tu andasti incontro al sultano, disarmato, senza esercito, senza potere, senza altra arma che la pace di Cristo sul volto, quel gesto ci dice ancora oggi che la pace è possibile, rifiutando quei deserti che le armi distendono.
Accoglici, noi che veneriamo volentieri le tue spoglie mortali, ma spesso rischiamo di dimenticare le spoglie dei poveri, degli scartati di oggi, di chi soffre solitudine e emarginazione anche nella nostra società opulenta, ignorandoli o, impauriti e distratti da troppe sicurezze, allontanandoci da loro.
Tommaso da Celano, il primo biografo di Francesco, nella sua Seconda Vita racconta che un giorno un frate stava pregando e vide Francesco rivestito di una dalmatica, come i nostri diaconi, ma di porpora, il colore dei re, seguito da una grande folla. Parecchi si staccavano dalla folla, vede questo frate, e gli chiedevano: “Ma lui è il Cristo?” Questo uomo rivestito di porpora non lo riconoscevano, e il frate rispondeva: “Sì, lui è il Cristo.” Altri gli chiedevano se fosse invece San Francesco, e quel frate rispondeva ugualmente: “Sì, lui è Francesco.”
Ecco, Tommaso da Celano sembra dire a tutti: Cristo e Francesco apparivano come una sola persona. Al termine di questa visione, il frate vede Francesco entrare in un magnifico palazzo, dove c’è un grande banchetto con tanti frati, e Francesco si siede a questo banchetto pieno di gioia. È un’immagine della vita eterna.
Ecco il tuo segreto, Francesco: nessun altro e nient’altro che Gesù Cristo, Figlio di Dio, Figlio di Maria, Alfa e Omega della storia e di tutta intera la creazione, Principe della Pace. Nessun altro che Lui, nel quale possiamo essere perdonati perché amati, e quindi inviati ad annunciare a tutti la buona notizia del Vangelo.
Siamo qui cercando quello che resta del tuo corpo, Francesco, ma ti chiediamo: tu veramente sei qui, Francesco? Tu, uomo del mondo futuro, sei qui, imprigionato? Tu attendi la resurrezione. Portaci con te all’incontro con il Cristo vivente, nel quale vivi fin da questa nostra incerta e pur sempre magnifica vita mortale.
Nella tua vita, Francesco, nelle parole preziose che ci hai lasciato, nelle eredità che vive tra noi ovunque, non troviamo altro che Cristo crocifisso: Lui, non già morituro, ma in eterno vivente e glorificato.
E allora che grande vergogna sarebbe per noi, Francesco – lo diciamo con le tue stesse parole – che, mentre veniamo a venerarti e ci facciamo grandi della tua vita, non vogliamo ricevere gloria solo dal raccontare le tue gesta e non dal seguire il tuo esempio.
Per questo, Padre nostro Francesco, dal silenzio eloquente e insuperabile di quello che resta del tuo corpo mortale, rivolgi il nostro sguardo a Cristo, nostro Signore e Fratello. Orienta il cuore di tutti noi al suo amore e, insieme, all’amore per gli uomini, suoi e nostri fratelli. Fortifica la nostra volontà perché cerchiamo, amiamo, adoriamo e serviamo Lui solo, che col Padre e lo Spirito Santo è benedetto nei secoli dei secoli.
Amen.

