L’omelia di Mons. Roberto Carboni nella Basilica di San Francesco
Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da Mons. Roberto Carboni, OFMConv, Arcivescovo Metropolita di Oristano e Vescovo di Ales-Terralba, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione del pellegrinaggio diocesano per la venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.
Carissimi fratelli e sorelle, la celebrazione a cui stiamo partecipando intreccia in modo singolare la liturgia della quarta domenica di Quaresima con un evento storico speciale: trovarci dinanzi alle spoglie mortali del poverello di Assisi, San Francesco. In questo modo, venendo qui, non solo ascoltiamo il Vangelo, ma possiamo dire che lo vediamo incarnato nella storia concreta di un uomo, Francesco. La sua esistenza è intrisa di Vangelo: lo ha nutrito, respirato, pensato, fino a farlo entrare nella sua carne, nella sua vita e nella sua quotidianità.
Potremmo dire che il Vangelo ha trasformato San Francesco in una parola di Dio vivente, che camminava, agiva e conquistava con la forza della sua testimonianza. Oggi, dunque, la parola di Dio ci raggiunge non solo attraverso l’ascolto, ma anche attraverso la memoria e la lode di quest’uomo straordinario, che i suoi contemporanei chiamavano “un altro Cristo”. Francesco è stato il discepolo totale, in cui ogni aspetto della vita è stato toccato da Cristo. Ha fatto del suo corpo una risposta generosa alla parola di Dio, diventando un discepolo della Parola.
Per questo, l’ostensione delle sue reliquie non è una curiosità superficiale o un culto esteriore. Non è una moda per attirare pellegrini, ma un riconoscimento profondo dell’incarnazione. Noi non crediamo in una filosofia o in un insieme di teorie e norme, ma in Colui che si è fatto carne, come dice San Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi”. Questa incarnazione racchiude tutto ciò che significa nascere, crescere, amare, soffrire, entrare in relazione e lodare Dio.
Gesù ci ha insegnato tutto questo, e ciò diventa parte profonda anche della vita dei suoi discepoli, della nostra vita. Ecco allora il cuore di questa riflessione: la relazione tra il corpo di San Francesco, il corpo di Cristo e il nostro corpo. Senza il corpo, non possiamo vivere il Vangelo.
Voi stessi lo dimostrate: siete venuti qui da lontano, affrontando fatiche, percorrendo strade, salendo scale. È il corpo che prega. Non si prega solo con la mente o con la lingua, ma anche con il corpo, che esprime desiderio, gioia, devozione. Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato ci presenta una pagina famosa: Gesù ridona la vista a un cieco nato.
San Giovanni non vuole solo raccontare un miracolo, ma offrirci una riflessione profonda su Gesù, luce del mondo, e proporci un itinerario del discepolo verso la luce. Questo riguarda ciascuno di noi, perché anche noi, in qualche modo, siamo ciechi e abbiamo bisogno di un cammino per tornare a vedere interiormente e spiritualmente. San Francesco, come sapete, non è nato cieco, ma negli ultimi anni della sua vita un’infezione agli occhi lo rese quasi cieco. Tuttavia, da giovane, visse una cecità spirituale. Nel suo testamento spirituale, Francesco racconta che prima della sua conversione il suo sguardo era catturato da ciò che era superficiale, vano e corruttibile. Solo dopo che la grazia di Dio gli toccò gli occhi, ciò che era amaro si trasformò in dolcezza.
Tornando al Vangelo di Giovanni, Gesù squarcia la cecità del cieco, come fece con Francesco e come speriamo faccia con noi. Gesù accompagna quest’uomo, un miserabile senza futuro, e lo invita a fare qualcosa per uscire dalla sua condizione: “Va’ a lavarti”. Il cieco si lascia coinvolgere. Questo è un invito anche per noi: il Signore può fare molto per noi, ma vuole che anche noi ci mettiamo in cammino. Gesù guarisce non solo il corpo del cieco, ma anche il suo spirito, permettendogli di accedere alla fede.
San Francesco visse un’esperienza simile. Entrando nella chiesa di San Damiano, il Signore gli aprì gli occhi. Quegli occhi aperti del Cristo di San Damiano lo guardarono, e Francesco pronunciò la celebre preghiera che anche noi facciamo stasera: “Alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio.” Il Signore ascolta ogni volta che chiediamo luce e occhi nuovi. A Francesco li ha donati.
Da quel momento, Francesco iniziò a guardare se stesso, gli altri, Dio e la natura in modo diverso. Come il cieco del Vangelo, anche lui iniziò ad adorare il Signore. Gesù chiese al cieco: “Credi tu nel Figlio dell’uomo?” E il cieco rispose: “Chi è, Signore, perché io creda?” Gesù gli disse: “Tu lo hai visto, è colui che ti parla.” E il cieco rispose: “Credo, Signore,” e si prostrò davanti a Lui. Anche Francesco, cieco perché adorava se stesso, iniziò ad adorare il Signore.
Ecco la proposta che San Francesco ci fa oggi: un cammino di illuminazione interiore, anche attraverso la corporeità. Chiediamoci: dove stiamo andando? Quali sono le nostre priorità? Come stiamo investendo la nostra vita? Francesco, che aveva speso la sua vita in cose vane, ci invita a spenderla per ciò che vale e rimane.
Forse siete già passati davanti alle reliquie di San Francesco. Che cosa rimane di quel corpo? Quasi nulla. Gli ottocento anni dalla sua morte hanno lasciato il segno: l’umidità della prima sepoltura, le malattie, la fragilità del corpo. Ma come Francesco ha trattato il suo corpo? All’inizio, forse, lo considerava un nemico da dominare, come emerge da alcuni episodi delle fonti francescane. Tuttavia, Francesco imparò a ringraziare il corpo, riconoscendolo come strumento per servire il Signore.
Attraverso una disciplina esigente, Francesco sottomise il corpo all’obbedienza al Vangelo. Anche noi viviamo la fede attraverso il corpo, che può essere fragile e segnato dal peccato, ma che il Signore ha riscattato. Oggi tendiamo a dimenticare che non tutto ciò che viene dal corpo è buono. La cronaca ci racconta di corpi violati, violentati, distrutti da desideri senza limiti. Ma il corpo non è cattivo: è un dono del Signore, come Francesco aveva riconosciuto.
Fratelli e sorelle, guardando quel corpo consunto, quei poveri resti, ricordiamoci che è un corpo consumato dalla Parola, un ascoltatore attento del Vangelo. Anche noi, corpo e spirito, siamo chiamati a farci luogo della presenza dello Spirito e a vivere il Vangelo con tutto noi stessi.

