L’omelia del cardinale Matteo Zuppi nella Basilica di San Francesco
Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza episcopale italiana, nella celebrazione conclusiva dell’ostensione delle spoglie mortali di san Francesco presieduta nella chiesa superiore della Basilica.
«Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Non smettiamo di stupirci davanti ad un amore così grande. Oggi, in questa nostra stagione dell’individualismo e della forza, appare ingenuo tanto che è considerato illusorio. Quando capiamo l’amore di Gesù affrontiamo anche noi il male, come Tommaso che sceglie: “Andiamo anche noi a morire con lui”.
Il mio amico Lazzaro. Affronta la morte per lui. Per me, per i tanti Lazzaro colpiti dal male. Per noi. Dilexit nos. Dilexi te. Per lui l’amicizia è più forte della paura. Ecco la passione di Gesù. Anche noi come Marta e Maria gli andiamo incontro sconcertati, incerti, desiderosi di averlo vicino, feriti, arrabbiati per la tanta morte che si abbatte accanto a noi. Marta professa la sua fede e insieme grida la sua sofferenza: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe, morto”. Perché non c’eri? Dov’eri? Io so che se tu fossi stato qui non sarebbe successo. Ho fede in te, ma è morto e tu eri lontano. “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”, aggiunse. Crede anche se non capisce tutto.
Noi non crediamo perché vediamo e capiamo tutto, ma capiamo tutto e vediamo perché crediamo. Adesso sappiamo quanto ci ama. E l’amore fa vedere. Gesù viene per trasformare l’ombra della morte in aurora di vita. Nella Resurrezione c’è la forza disarmata del cristiano, quella di ribellarsi contro la morte e tutto ciò che la anticipa, e che ne è drammatico terreno di coltura. La rassegnazione, la globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza, la sonnolenza dell’egocentrismo, la tragica illusione di combattere il male con il male spengono questa ribellione e sconsigliano tale forza. Anche sorella morte, invece, si arrende ad un amore che non si arrende, e diventa essa stessa occasione di gloria di Dio. Non è la forza la signora del mondo, perché è l’amore l’unica forza che può cambiare il mondo e renderlo così come il Signore l’ha voluto e lo vuole. È l’amore di Gesù, amore che Lui ci affida e diventa nostro, la forza che cambia la vita oggi e fa scoprire nella caducità quello che non finisce.
Gesù ci libera dalla paura di gettare il seme della nostra vita perché possa dare frutto. Se resta solo, se possiede e si possiede, se non si perde senza riserve, se passa il tempo studiandosi e interpretandosi, il seme non dà frutto e finisce. La vita sboccia solo a partire dal dono e dall’offerta di sé, pensandosi in relazione con il prossimo e studiando come volergli bene. Nel seme c’è il frutto, anche se non lo vediamo. C’è! Per vederlo si deve perdere, donarsi. Quando si perde inizia la vita eterna in questa vita. Questa è la gioia che abbiamo vissuto nella straordinaria ostensione del corpo di San Francesco, umile e grande, immagine di Gesù.
La santità, che non è la perfezione ma il riflesso dell’amore di Dio nella povertà della nostra vita, non finisce mai. Quanta consolazione hanno trovato le migliaia di persone che hanno pregato davanti a San Francesco! Il suo corpo ci ha aiutato a contemplare la presenza di Dio nella nostra vita materiale e capire in questa ciò che non si perde. «Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienzia, tu non se’ nobile; onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?» gli chiesero. San Francesco d’Assisi rispose che Dio «non ha trovato più vile creatura sopra la terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura».
In questa stagione di esaltazione della forza, che arriva a bestemmiare Dio uccidendo la sua creatura, ascoltiamo San Francesco che porta ovunque pace, a cominciare dal saluto. Quanta paura, quanta violenza sarebbero disarmate con la parola e il volto che dice: Pace a te, pace e bene a te! Solo il dialogo può generare pace. Mai la violenza e la guerra! Lo scorso novembre, parlando a noi Vescovi d’Italia riuniti qui ad Assisi, Papa Leone XIV ha detto: «La fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace. Viviamo un tempo segnato da fratture, nei contesti nazionali e internazionali: si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro. Eppure, la Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo».
San Francesco diceva: «E’ una grande vergogna per noi, servi di Dio, che non ci sia nessuno che intervenga per la pace». San Francesco ci parla di Gesù, sine glossa. E queste possono essere di vario genere, anche attribuire al Signore quello che non è suo! Capiamo tutte le glosse se leggiamo il Vangelo senza di esse! Ascoltiamo la sua gioia che vince la sofferenza perché l’amore vero non è ridotto a benessere individuale ma forza umile che non si arrende. San Francesco era bello perché pieno di amore, semplicemente ma con tanto cambiamento personale. Per lui quello che era amaro si era trasformato in dolce, le avversità in motivo per ringraziare.
L’amore vede il bello anche quando è nascosto e lo ritrova sempre nel profondo del cuore di ognuno. Tutto parla dell’amore. Non ha nemici, perché l’altro è mio fratello anche se non mi riconosce. San Francesco chiama la morte sorella: il suo amore disarmato vince il nemico ultimo. La prima ostensione del suo corpo fu proprio ottocento anni fa, a Santa Maria della Porziuncola, quando Francesco era ancora vivo ma stava per morire. Fino alla fine con la sua vita mostrò solo Cristo. Si fece deporre nudo, con un certo imbarazzo dei frati presenti, sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema. Disse ai frati: «Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!». Lo dice oggi anche ad ognuno di noi. Volle essere conforme a Cristo crocifisso che, povero e dolente, nudo rimase appeso alla croce.
Venerare il corpo di San Francesco ci impegna ad essere anche noi il corpo del Signore e a difendere il corpo di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, fragili come in realtà sono, ad iniziare dal corpo dei fratelli più piccoli di Gesù, e a farlo dall’inizio alla fine della fragilissima avventura umana. San Francesco è universale: non appartiene ad un popolo o ad un altro ma a tutti, e insegna ad avere un amore per tutti, sempre ad iniziare dai poveri.
Con Papa Leone XIV preghiamo: “San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo”. Amen

