Conversione e Comunione: il cammino di fede con Cristo e san Francesco

Conversione e Comunione: il cammino di fede con Cristo e san Francesco

L’omelia del cardinale Giuseppe Betori nella Basilica di San Francesco

Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo emerito di Firenze, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.

Ci lasciamo guidare dalla parola di Dio che la Chiesa propone in questo giovedì della terza settimana di Quaresima, il tempo in cui siamo richiamati a un particolare impegno di conversione.
La chiamata a una vera e radicale conversione risuona nelle parole che il Signore trasmette attraverso il profeta, rimproverando il suo popolo di aver tradito l’alleanza. La natura di questa alleanza era raccolta in queste parole: «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo». Ma, per vivere tale legame, il popolo doveva obbedire a queste parole del Signore: «Ascoltate la mia voce […]; camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici» (Ger 7,23).
Questa è la nostra vocazione: essere popolo di Dio, obbedienti come figli, perché riconosciamo che Dio è nostro, è per noi, come un padre che ci vuole felici. Questa è la nostra strada, la strada della felicità: ascoltare la voce del Signore e camminare secondo la sua volontà.
La coscienza del peccato, quella consapevolezza a cui il Signore richiama il popolo d’Israele, mosse Francesco alla conversione, ma fu l’incontro con i lebbrosi a segnare la svolta decisiva della sua vita. Così egli ne parla nel Testamento: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati. mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» (Fonti Francescane, 110). La strada che il Signore ci chiede di percorrere per obbedire alla sua volontà passa attraverso i nostri fratelli, e tra essi i più poveri e disprezzati. Lì risuona la sua voce e la sua chiamata a essere figli suoi.
Riconoscere la presenza del Signore e la sua chiamata all’amore in quanti incontriamo nella nostra vita, fa sì che la scelta di fede e l’orizzonte della nostra esperienza religiosa non ci allontanino dalla vita e dalla storia, ma si presentino come una particolare forma di esistenza in essa: sentirsi creature, affidati con piena fiducia nelle mani del Padre. Da Francesco impariamo poi a estendere questa comunione, questo legame di fraternità oltre i confini della stessa famiglia umana fino ad abbracciare la creazione tutta, accolta come rivelazione di Dio e segno del suo amore, e a cogliere nella fede ogni momento della vita, anche «sora nostra morte corporale» (Cantico delle Creature: Fonti Francescane, 263), di cui sono segno le spoglie del Santo alla cui contemplazione siamo accorsi, non per vana curiosità, ma come gesto di gratitudine per il dono che egli ha fatto della sua vita per noi, a imitazione di Gesù.
Ho parlato finora di conversione come rinnovamento della nostra vita e superamento delle sue fragilità, ma la conversione del cristiano non è tale fino a quando non diventa conversione a Cristo. Francesco lo sperimenta a San Damiano nella contemplazione del Crocifisso. Racconta Tommaso da Celano: «Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore» (Vita seconda di Tommaso da Celano, cap. VI: Fonti Francescane, 594). La conversione di Francesco come adesione totale a Cristo prende poi da subito un carattere ecclesiale, perché da lì Francesco apprende dal Signore un impegno che ne indirizzerà tutta la vita nella Chiesa: «Va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (Ivi, 593). L’incontro di Francesco con Cristo diventerà giorno dopo giorno una progressiva conformazione al Signore e, sul finire della sua vita, sul monte della Verna, non solo la sua anima ma anche il suo corpo accolse le stimmate del Crocifisso.
Oggi, nell’ascolto della pagina del vangelo di Luca, anche noi siamo posti di fronte all’interrogativo su chi sia davvero il Signore Gesù per noi. Il miracolo da cui parte il confronto tra Gesù e i suoi avversari è la guarigione di un uomo muto, un gesto che mostra come la potenza che promana da Cristo si ponga sulla linea della comunicazione e quindi della comunione. Gesù riprende questa prospettiva nelle parole finali del testo che abbiamo ascoltato, quando oppone l’essere con lui alla dispersione: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Lc 11,23).
Di dispersione, di disgregazione soffre l’umanità dei nostri tempi, dilaniata nei rapporti tra le nazioni, nel tessuto sociale, nella vita familiare, nell’unità della persona. Attorno a Gesù e al suo Vangelo, alla verità di cui è rivelatore, è possibile ritrovare identità, affetti, coesione, pace.
Il miracolo che Gesù compie, la guarigione dell’uomo muto, fa sorgere una disputa: da dove Gesù attinge il suo potere con cui vince il male? Chi gli si oppone vorrebbe condannarlo in quanto partecipe del regno del male: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni» (Lc 11,15). Ma Gesù risponde con un motivo di ragione: «Se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno?» (Lc 11,18). Il male, il maligno non può distruggere sé stesso. Perciò, se lui, Gesù, opera contro il male e lo vince, questo mostra che egli viene da chi si oppone al male, cioè da Dio: «Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Lc 11,20).
La fede che Gesù chiede per la sua persona è una scelta ben motivata, pienamente consona alle ragioni dell’uomo. E anche in questo troviamo un motivo di conversione: siamo invitati a uscire da forme apparentemente spirituali, in realtà solo emotive, sentimentali del nostro rapporto con Cristo. Lasciamo invece che la sua parola penetri tutta la nostra realtà umana e mostri a tutti come solo in quella parola l’uomo può trovare pienezza di verità! Ne abbiamo bisogno in un mondo che da una parte si lascia dominare dall’irrazionalità, da una volontà senza criteri, e dall’altra appare incline a lasciare spazio e una razionalità fredda e senza coscienza, il governo dei numeri e delle macchine.
Abbiamo bisogno di testimonianze di vita cristiana che siano rivelative della gioiosa bellezza e della pienezza di verità del Vangelo. Questo è stato San Francesco nel suo tempo e continua ad esserlo oggi: un uomo pienamente evangelico, perché totalmente umano e pienamente cristiano. Di qui la forza del messaggio che egli è per ogni uomo e donna di ogni tempo. Raccogliamo il dono che Francesco è per noi e rendiamoci, pur con le nostre fragilità, discepoli sulla strada che egli ci ha mostrato, dietro a Cristo.

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