Di fronte all'Amore Crocifisso: la scelta radicale dell'accoglienza

Di fronte all’Amore Crocifisso: la scelta radicale dell’accoglienza

L’omelia di Mons. Vittorio Viola nella Basilica di San Francesco

Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da Mons. Vittorio Viola, OFM, segretario del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.

Signore, ti chiediamo il dono di poter ascoltare la tua parola come il tuo servo Francesco l’ha ascoltata. Signore, almeno per un istante, apri un piccolo varco nel nostro cuore, affinché questa parola possa entrare dentro di noi e compiere ciò per cui è stata mandata. La compagnia di frate Francesco, che sentiamo viva in questo luogo e in questa celebrazione, ci conforta.

Abbiamo ascoltato questa pagina del Vangelo secondo Giovanni. Gesù si avvicina all’ora decisiva della sua missione: la passione e la morte. Attorno a Lui si è creato un clima di tensione. Non si può restare indifferenti di fronte alla sua persona, alla sua parola, ai suoi gesti. A volte mi chiedo quale fosse il tono della sua voce, il modo, i gesti. Non per un vago sentimentalismo, ma per ricordarmi la concretezza dell’evento dell’Incarnazione: il Padre, il Figlio e lo Spirito hanno scelto di raggiungerci nella carne del Verbo. Di fronte a Lui non si può restare indifferenti.

Lo stupore, spesso notato dagli evangelisti di fronte alle sue parole e ai suoi gesti, è qualcosa di istintivo. Non puoi non esserne colpito. Tuttavia, lo stupore non è ancora fede: è un punto di partenza, un bivio. Da una parte c’è l’accoglienza di Lui, che conduce all’adorazione; dall’altra, il sospetto e il giudizio, che portano allo scandalo e al rifiuto. Due vie opposte: adorazione o scandalo. Di fronte a Lui non ci sono mezze misure. La scelta è sempre radicale: o lo accogli o lo rifiuti.

A volte pretendiamo di percorrere entrambe le strade, passando da una all’altra, ma non è possibile. In questa pagina del Vangelo, al capitolo settimo di Giovanni, si percepisce la crescente ostilità attorno a Gesù. Egli non ha fatto nulla per evitarla, soprattutto con i capi del popolo. Ricordiamo quando, salito al Tempio, rovesciò i tavoli di chi aveva trasformato quel luogo di preghiera in un mercato. Oppure quando, vicino alla piscina di Bezzatà, ordinò al paralitico di prendere la sua barella e camminare, apparentemente trasgredendo il precetto del sabato.

Attorno a Lui si diffondeva un’alternativa radicale: alcuni dicevano “È buono”, altri “È un ingannatore”. Gesù avvertiva questa tensione e sembrava volersi nascondere in Galilea per evitare di essere ucciso dai Giudei. Tuttavia, durante la festa delle Capanne, una celebrazione che ricordava il cammino di liberazione nel deserto, Gesù si manifestò a Gerusalemme, insegnando e rivelando chi fosse. Questo suo manifestarsi generava stupore, che si trasformava in scandalo o adorazione.

La sua pretesa di essere il Messia, l’Unto, il Consacrato, incontrava l’incredulità di chi non accettava che Dio si rivelasse in modo diverso dalle loro aspettative. Preferivano i loro schemi alla novità di Dio. Questa chiusura si manifesterà in modo clamoroso nell’ora della sua passione e morte. Ma Giovanni ci avverte: quell’ora non sarà la conseguenza dell’ostilità, del tradimento di Giuda, della vigliaccheria di Pilato o della paura dei suoi. Sarà Gesù stesso a offrire la sua vita, in un gesto di obbedienza e amore verso il Padre e verso di noi, compiendo la parola di Isaia. Nessuno gli toglie la vita: è Lui che la dona.

Di fronte alla croce, ciascuno di noi è chiamato a una decisione. Francesco ci viene incontro, ricordandoci che non possiamo nasconderci di fronte all’amore crocifisso. Non basta lo stupore: dobbiamo scegliere se accogliere la sapienza nuova dell’amore o rifiutarla, preferendo i nostri schemi. Quante volte accusiamo Dio di non comportarsi come pensiamo dovrebbe? Quante volte la nostra preghiera diventa un rimprovero? Eppure, il male del mondo è frutto del nostro peccato, non di Dio.

Di fronte al crocifisso, come Francesco a San Damiano, comprendiamo il valore incommensurabile che abbiamo per Dio: valiamo la morte del suo Figlio. Non importa la nostra condizione, ma ciò che siamo per Dio. Siamo chiamati ad aprirci alla rivelazione del suo amore, che è dono di sé, o a rifiutarlo, giudicandolo e cercando di eliminarlo dalla nostra vita.

La presenza di Francesco ci ricorda che l’incontro con Cristo non è un’utopia irrealizzabile. Francesco e Chiara hanno vissuto questa misura alta dell’amore, lasciandosi trasformare da esso. Anche i resti mortali di Francesco parlano di Cristo, della sua consegna, della sua ora. In lui risplende il mistero della vita di Cristo. Il nostro essere qui è un dono e un impegno: non possiamo accontentarci di compromessi che tolgono gusto alla vita. Siamo qui attratti dall’amore del Vangelo, sapendo che questa parola è realizzabile.

Signore, donaci di conoscerti e di accogliere la sapienza nuova dell’amore che hai riversato nei nostri cuori. Fa’ che la tua passione, morte e risurrezione diventino il senso della nostra esistenza, come lo sono state per il tuo servo Francesco. Donaci di appartenere a te in ogni cosa, mentre ti rendiamo grazie per il dono del tuo corpo, offerto in cibo per noi, affinché, mangiando di te, possiamo essere trasformati in te, come il tuo servo Francesco.

Related Posts