L’omelia di Mons. Brambilla nella Basilica di San Francesco
Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione del pellegrinaggio diocesano per la venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.
Francesco è stato, prima di tutto, un esempio straordinario. Probabilmente, e questo è il mio sospetto, la sua vocazione – quella pura, autenticamente francescana – poteva viverla solo lui. Era una vocazione radicale, profondamente legata alla sua terra, l’Umbria. Pensate a queste colline un po’ chiuse, quasi isolate.
“Francesco, però, non si perdeva in orpelli. Anche il linguaggio che usava era essenziale, privo di abbellimenti letterari. Era un linguaggio diretto, quasi brutto nella forma, ma chiaro e incisivo. Nel suo testamento, ad esempio, scrive che tutti i frati devono obbedire ai loro superiori e recitare l’ufficio secondo la regola. Chi non lo fa, o cerca di modificarlo, deve essere corretto. È un messaggio duro, ma necessario per preservare l’unità della comunità.
La parola ‘obbedienza’, oggi, può suonare male alle nostre orecchie. Spesso la associamo a un’obbedienza cieca, a un comando imposto. Ma in realtà, la radice della parola è bellissima: ‘ob-audire’, che significa ‘ascoltare con attenzione’. Obbedire non è sottomettersi passivamente, ma entrare in relazione con l’altro, ascoltarlo profondamente e rispondere con consapevolezza. È una relazione di ascolto, di attenzione, di finezza. È come lo spazio bianco tra le righe di un testo: senza quegli spazi, il foglio sarebbe illeggibile. E così, anche nella vita, è lo spazio dell’ascolto che rende il cuore libero.
Francesco ci ricorda che il cuore libero e la retta intenzione sono fondamentali. Da questo nasce la perfetta letizia, che non è una gioia superficiale, come quella del Carnevale, ma una gioia profonda, conquistata a caro prezzo, come quella della Pasqua. La perfetta letizia è il frutto di un cuore alleggerito, libero da pesi inutili.
Nel testamento, Francesco affronta anche temi difficili. Scrive che, se un frate si rifiuta di obbedire o di seguire la regola, deve essere custodito dai superiori, come un uomo in catene, fino a quando non sarà presentato al cardinale di Ostia, il famoso cardinale Ugolino, che diventerà papa e, due anni dopo, proclamerà Francesco santo. È un passaggio impressionante, che mostra come Francesco, alla fine della sua vita, avesse compreso la necessità di correggere il male e l’incomprensione all’interno della comunità. Per garantire l’armonia, aveva affidato l’autorità ultima a un cardinale esterno alla fraternità, consapevole che anche nella forma più alta del Vangelo poteva nascondersi la malizia.
Francesco ci lascia un messaggio essenziale: la regola non è un fine, ma un mezzo per vivere il bene. È come un cartello che indica la strada. La vita cristiana e la regola di vita, per lui, erano una cosa sola. Se le regole diventano qualcosa di esterno, perdono il loro significato e diventano vuote. Francesco ci invita a vivere le regole come strumenti per costruire fraternità, amicizia, pace e attenzione reciproca.
Nel suo testamento, Francesco ci augura di avvicinare il più possibile il modo in cui viviamo con le regole che ci guidano. Non possiamo identificarci completamente con esse, perché non siamo angeli, ma esseri umani in cammino. Tuttavia, più ci avviciniamo a questo equilibrio, più saremo liberi, gioiosi e fecondi. È questo il segreto della perfetta letizia, quella gioia profonda che ci accompagna quando viviamo con il cuore libero e la retta intenzione.

