San Francesco d'Assisi: testimone di speranza, fraternità e vita evangelica

San Francesco d’Assisi: testimone di speranza, fraternità e vita evangelica

L’omelia del cardinale George Koovakad nella Basilica di San Francesco

Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.

Fratelli e sorelle carissimi, in questi giorni una moltitudine silenziosa è passata a rendere omaggio alle spoglie mortali di San Francesco d’Assisi. Pellegrini venuti da ogni parte del mondo, uomini e donne di fede, ma anche persone che forse non sanno ancora dare un nome alla loro ricerca. Tutti si sono fermati qui.

Tutti hanno sentito che in questo luogo c’è qualcosa che parla al cuore, perché davanti alle reliquie di un santo accade qualcosa di misterioso. La storia diventa profezia. Questo corpo che abbiamo contemplato non è soltanto il ricordo di un uomo del passato, ma la traccia concreta di una vita trasformata dalla grazia di Dio.

La Chiesa non venera le reliquie per nostalgia, ma per fede. In esse riconosce il segno di una verità più grande: Dio continua a operare nella storia degli uomini.

E per aiutarci a comprendere questo mistero, la liturgia ci ha fatto ascoltare due pagine potenti della Scrittura: la visione della valle delle ossa aride del profeta Ezechiele e il racconto della risurrezione di Lazzaro di Betania nel Vangelo di Giovanni. Quando Israele viveva l’umiliazione dell’esilio, tutto sembrava finito.

Il popolo si sentiva come un campo di ossa aride. Eppure Dio pronuncia una parola che attraversa i secoli: Ecco, io apro i vostri sepolcri e vi farò uscire dalle vostre tombe, o popolo mio.

È la promessa di un Dio che non si rassegna alla morte della sua creatura. Questa parola non appartiene soltanto alla storia antica. È una parola che parla anche al nostro tempo, spesso smarrito e ferito.

La promessa di Ezechiele prende forma con Gesù nel villaggio di Betania, dove abitavano tre amici di Gesù: Lazzaro, Marta e Maria. Il nome stesso del villaggio è emblematico: Bet Ania, la casa dell’afflizione, un’afflizione che viene trasformata in esultanza dall’amico Gesù. Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci consegna una delle immagini più toccanti di Cristo.

Quando Gesù arriva davanti alla tomba dell’amico, il testo dice semplicemente: Gesù pianse. Il Figlio di Dio non rimane distante dal dolore umano. Egli entra nel nostro pianto.

Ma proprio davanti alla tomba accade qualcosa di inaudito. Gesù alza la voce e dice: Lazzaro, vieni fuori. E il morto esce dal sepolcro.

Quel gesto non è soltanto un evento prodigioso, è una rivelazione, è una profezia della Pasqua, è l’anticipo della vittoria che Cristo compirà sulla morte con la sua risurrezione. Per questo Gesù aveva detto a Marta: Io sono la risurrezione e la vita. Gesù non è soltanto colui che dona la vita, ma colui che è la vita stessa.

Se vogliamo comprendere davvero la santità di Francesco d’Assisi, dobbiamo guardare al cuore della fede cristiana. Il battesimo non è soltanto un rito dell’infanzia, è l’ingresso nella Pasqua di Cristo, è la partecipazione alla sua morte e alla sua risurrezione. Nel battesimo l’uomo vecchio muore e nasce l’uomo nuovo.

Ed è proprio questo mistero che l’Apostolo Paolo descrive con parole straordinarie nel capitolo ottavo della Lettera ai Romani, da cui è tratto il brano della seconda lettura che abbiamo ascoltato. San Paolo descrive due modi di vivere, due logiche opposte che attraversano la storia umana: la logica della carne e la logica dello spirito. La carne, dice l’Apostolo, porta alla morte, lo spirito invece porta alla vita.

E poi Paolo aggiunge una parola decisiva: Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello spirito. Questa è la grande novità del cristianesimo.

Chi vive in Cristo non appartiene più al regime della morte, ma al regime dello spirito. San Francesco ha vissuto questa verità non come una teoria, ma come esperienza concreta. La sua conversione è stata, in realtà, un ritorno radicale al suo battesimo.

Francesco ha lasciato la logica della carne, cioè quella mentalità che cerca il potere, la ricchezza, la gloria del mondo. Ha scelto, invece, la logica dello spirito. La povertà evangelica non era per lui una rinuncia sterile.

Era libertà. Era la gioia di appartenere totalmente a Dio. Per questo la vita di San Francesco è stata una continua Pasqua vissuta, un passaggio dalla morte alla vita.

Quando abbraccia il lebbroso vince la paura. Quando rinuncia alle ricchezze del padre vince l’idolatria del denaro. Quando perdona i nemici vince la logica della violenza.

Ogni gesto della sua vita è stato un segno di questa vittoria dello spirito sulla carne. San Paolo dice, ancora, qualcosa di straordinario: Se lo spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, darà vita anche ai vostri corpi mortali. Fratelli e sorelle, questa è la grande speranza cristiana. Lo spirito che ha risuscitato Cristo dai morti abita nei credenti.

Abita in ognuno di noi. Abita nella Chiesa. Abita nei santi.

Ed è proprio questa presenza dello spirito che spiega il mistero di Francesco d’Assisi. Francesco non era forte per carattere. Era forte perché lo spirito di Dio viveva in lui.

Se comprendiamo questo mistero, comprendiamo anche la vita di Francesco d’Assisi. Tra tutti i santi, Francesco è forse quello che ha preso più sul serio il Vangelo. Egli non ha cercato di commentarlo.

Ha cercato di viverlo. Povertà, obbedienza, fraternità universale. La sua vita è stata una parabola vivente della parola di Cristo.

Quando parlava del Vangelo, Francesco diceva ai frati: Questa è la vita del Vangelo di Gesù Cristo. Non una teoria, ma una forma di vita. E nel Cantico delle Creature arrivò a pronunciare parole che scuotono ancora oggi:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale. Solo chi vive profondamente unito a Dio può chiamare la morte sorella. Quando giunse l’ora della morte, Francesco volle viverla come aveva vissuto tutta la sua vita, nella sequela di Cristo povero e crocifisso.

Quando giunse il momento del suo passaggio da questo mondo al Padre, Francesco volle vivere la morte come un atto di piena conformità a Cristo. La Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio racconta che il Santo fece radunare i frati attorno a sé e li benedisse uno ad uno, poi disse loro: Io ho fatto la mia parte, Cristo vi insegni a fare la vostra. Infine chiese di essere deposto sulla nuda terra perché anche nell’ultimo istante voleva restare fedele alla povertà evangelica.

I frati cantarono i salmi e tra essi il Salmo 141: Con la mia voce grido a te, Signore, e mentre pregavano Francesco rese lo spirito. La tradizione francescana ha chiamato questo momento transito, non morte, ma passaggio, perché la morte per i cristiani non è una fine, è il passaggio alla vita eterna. Il Vangelo di Betania ci ha mostrato l’amicizia tra Gesù e le sorelle di Lazzaro.

Nella vita di Francesco d’Assisi troviamo una figura che ricorda quell’amicizia evangelica: Jacopa dei Settesoli. Francesco la chiamava con un nome sorprendente: Frate Jacopa, non sorella Jacopa, ma Frate. Era il modo con cui Francesco superava le distinzioni sociali e culturali del suo tempo.

Per lui la fraternità evangelica era più forte di ogni barriera. Quando Francesco sentì avvicinarsi la morte, mandò a chiamare Jacopa a Roma. Le chiese di portare alcune cose semplici: un panno per la sepoltura e soprattutto un dolce che amava molto.

Era un dolce romano fatto con miele, mandorle e spezie: i mostaccioli. Secondo la tradizione francescana, Jacopa arrivò ad Assisi proprio mentre i frati stavano parlando di lei. Portava con sé esattamente ciò che Francesco aveva desiderato: il panno per la sepoltura e il dolce.

Questo episodio, così umano e semplice, ci rivela qualcosa di molto profondo. La santità non distrugge l’umanità, la purifica e la illumina. Anche nel momento della morte, Francesco rimane l’uomo della fraternità, dell’amicizia, della gratitudine.

Jacopa fu poi sepolta di fronte alla tomba di Francesco, nella cripta di questa basilica, quasi a testimoniare che la fraternità evangelica continua oltre la morte. E come non ricordare che, in questa stessa cripta, sull’altare sotto la tomba del Santo, Papa Francesco firmò la sua terza enciclica, Fratelli tutti. Era il 3 ottobre 2020.

Fratelli tutti, in qualche modo, si ispira al messaggio di San Francesco. Già nell’esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, Papa Francesco aveva definito il poverello d’Assisi il santo della fraternità universale, il fratello di tutti che lodava il Signore per le sue creature. La fratellanza è la strada per superare le difficoltà.

Fratellanza significa affrontare la tempesta insieme, senza dimenticare gli ultimi, i poveri che stavano tanto a cuore a lui come al santo al quale ha ispirato il suo pontificato. Io sono l’ultimo cardinale creato da Papa Francesco. Ho avuto la benedizione di organizzare 19 viaggi apostolici fuori Italia.

Di solito, quando uscivo dall’Italia, dicevo al Santo Padre che non sarei stato qui in quei giorni. Un venerdì gli dissi che sarei partito. Mi chiese: Sarai qui domenica? Io risposi: No. E il Santo Padre disse: Va bene, allora ti auguro buon viaggio.

Sono partito domenica e celebravo la Santa Messa. Uscendo, i miei amici mi hanno chiamato dicendo: Sei un cardinale. Io non potevo crederci. Subito sono tornato due giorni dopo e ho avuto modo di parlare con il Santo Padre Francesco per ringraziarlo di questa benedizione, per questo servizio che mai avrei immaginato nella mia vita. Mi ha detto: Vai avanti con umiltà.

Io credo che, anche pensando al nostro Santo Francesco, il grande dono che lui ha portato alla Chiesa è quello spirito: ognuno di noi è chiamato a presentare l’umiltà di Cristo agli altri. Fratelli e sorelle, il nostro tempo ha bisogno della speranza. Viviamo in un mondo ferito da guerre, paure, divisioni.

Molti uomini e donne si sentono come nella valle delle ossa aride di Ezechiele. Ma Dio continua a dire: Metterò il mio spirito in voi e rivivrete. Francesco è la prova vivente che questa promessa è vera.

Un uomo povero, un uomo senza potere, un uomo senza ricchezze, eppure capace di cambiare il cuore del mondo. Perché la santità ha un linguaggio universale: è il linguaggio della pace, è il linguaggio della fraternità, è il linguaggio della misericordia. Dio ci benedica tutti.

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