La conversione di san Francesco: un amore che trasforma

La conversione di san Francesco: un amore che trasforma

L’omelia di Mons. Baturi nella Basilica di San Francesco

Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da Mons. Giuseppe Baturi, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.

Fratelli e amici in Cristo, è davvero impressionante e commovente stare davanti alle spoglie mortali di San Francesco. Quelle ossa, così ben disposte, ci inducono a tornare alla radice della nostra vita, alle fondamenta del nostro essere cristiani. Perché, come dice Gesù nel Vangelo, per costruire bene è necessario che le fondamenta siano ben poggiate sulla pietra scelta da Dio. Significa anche ritornare, come ci invita continuamente a fare Papa Leone, al nucleo fondamentale della nostra fede.

Chi è per noi Gesù Cristo? Che significa essere cristiani? Che rapporto abbiamo con gli uomini, con la Chiesa e con i fratelli? Non superficiali, mai poveri, ma sempre alla ricerca di Dio dentro la nostra vita, certi solo che la solidità della nostra esistenza dipende dalla pietra che scegliamo come fondamento del nostro destino. Dice Gesù, alla fine del Vangelo: “A voi” – parlava agli uomini che avevano rifiutato la sua presenza – “sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”.

È questo frutto che dobbiamo chiedere: un frutto d’amore capace di rinnovare la persona, la relazione, la Chiesa e il mondo intero, in un’ora così tragica di divisione, di guerra e di odio. Mentre il mondo sceglie come fondamento della propria esistenza – così almeno i potenti – la forza, noi siamo chiamati a scegliere di nuovo Cristo, la pietra scartata dai costruttori. L’amore con il quale accogliamo questa pietra, scartata dai potenti del mondo che vogliono costruire su una volontà di potenza e sull’affermazione di sé e del proprio potere, invece, ci edifica come profezia di pace.

Ma qual è l’evento che unifica la nostra persona, che permette a noi di portare frutto? È l’amore. È l’amore per la persona di Gesù Cristo, presente qui, nel nostro oggi, adesso. Nel digiuno impariamo a sentirlo come nostro nutrimento, nella preghiera impariamo a riconoscerlo come il “Tu” che ci sostiene e al quale, nell’elemosina, impariamo a conformarci nella povertà e nell’amore ai fratelli bisognosi. L’invito della Quaresima alla conversione si sposa con il messaggio di Francesco, perché la conversione alla quale siamo chiamati in questo tempo è l’accadimento di un amore. Un amore senza il quale la grande storia del Cristianesimo non diventa storia personale, la mia storia. La conversione di San Francesco è segnata dall’avvenimento di un incontro che, per grazia, provoca in lui un cambiamento nel sentire, nel pensiero, nell’affetto, come racconta nel Testamento.

“Era per me cosa amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. Allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. Poi stetti un poco e uscii dall’amore”. Ecco, la conversione è questo cambiamento profondo del gusto e del sentimento della vita, per cui ciò che era amaro diventa dolce: una dolcezza d’anima e di corpo. Un incontro di misericordia con il lebbroso.

Comprendiamo come Sant’Agostino dica che credere è toccare Gesù con il cuore. Siamo chiamati anche noi, in questo spazio di Quaresima, a toccare Cristo con il cuore, come fece San Francesco, per lasciare che la sua parola e la sua presenza fraterna ci tocchino nell’intimo. San Francesco visse proprio questo amore capace di mutare il gusto di tutto e, durante quest’anno, ci sia di esempio. Dal momento in cui incontrò il crocifisso a San Damiano – dicono le fonti – il suo cuore fu ferito e si struggeva nel ricordo della passione del Signore, il ricordo del Signore che ha dato la vita.

Tutto ciò che Francesco è stato e ha fatto, la novità che ha generato nella storia della Chiesa e del mondo, ha qui la sua radice: in questo avvenimento di amore, l’origine capace di far frutto e di generare tutta l’esistenza e la memoria viva di Cristo, che per noi ha dato la vita. In quella croce noi vediamo il cuore di Dio. E quando si spogliò dei beni del padre – mentre abbiamo sentito che i vignaioli si vogliono appropriare dei beni del Padre, del padrone vero, del Signore – Francesco si spoglia dei beni che ha ricevuto dal padre per stare nudo davanti al Padre Celeste. Finora, dice a Pietro di Bernardone, suo padre: “L’ho chiamato padre, ma dal momento che ho deciso di servire Dio, gli rendo il denaro per il quale era irritato e tutti i vestiti avuti dalla sua sostanza. E d’ora in poi voglio servire il Padre nostro e non padre Pietro di Bernardone”.

E il Padre nostro, che recitiamo spesso con una superficialità riprovevole, diventa per noi principio di una vita nuova, perché nulla si frapponga tra il cuore e Dio. Ecco la conversione: la forma esterna, la povertà, coincide con un atteggiamento interno, la scoperta del Padre. La preghiera diventa povertà, libertà da tutto, affidamento alla Provvidenza del Padre nostro.

Che densità doveva avere per lui questa preghiera, e che effetto, che frutto ha avuto in lui la recita di queste parole! Cari fratelli, non siamo chiamati anzitutto ad aumentare le preghiere, ma a prendere sul serio le parole e il mistero che esse contengono tutte le volte in cui celebriamo il culto del Signore. Che le parole della preghiera diventino vita.

Questo amore che tocca il cuore, secondo le modalità e i tempi che Dio sceglie, si mostra con evidenza nella forma esterna della vita. Come ci fa capire il dono delle stimmate, l’evento per il quale diventa visibile all’esterno – dicono le fonti – quell’amore infiammato e l’incessante memoria della passione di Cristo che Francesco portava in cuore. Un cuore infiammato, una memoria viva che diventano corpo, che si manifestano nel corpo.

Ciò che portava nel cuore diventa miracolosamente visibile all’esterno. Le fonti raccontano che questo miracolo avvenne quando Francesco era in preghiera e una tenera compassione lo trasformava in colui che, per eccesso di amore, volle essere crocifisso. Cari fratelli, dobbiamo chiedere questa tenera compassione per Cristo e per i fratelli, in cui la carne di Cristo ci raggiunge e chiede la nostra sollecitudine, perché i poveri sono la carne di Cristo.

Una tenera compassione per il crocifisso diventa una tenera compassione per tutti i nostri fratelli. Una fonte legge ugualmente l’evento delle stimmate: “Il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato”.

Un amore così intenso da trasformare il corpo dell’amante nell’immagine dell’amato. Questo amore di Cristo cambia il cuore e cambia la forma della vita, donando all’amante la stessa immagine dell’amato. Imploriamo oggi, con questa visita, di poter custodire il dono di questa tenera compassione e chiediamo di poter anche noi vivere un tale ardente amore, che possa manifestarsi all’esterno imprimendo in noi la forma dell’amato.

Non è questa, d’altra parte, la testimonianza cristiana? Rendere visibile in noi l’amore dell’amato. La Chiesa e il mondo, in questo momento, non hanno bisogno di ulteriori discorsi.

Hanno bisogno di testimoni. Hanno bisogno di persone che amano così. Il verace amore di Cristo porti frutto in noi e nel mondo.

Bruci ogni nostra ipocrisia d’esistenza, ottenga il perdono dei peccati e ci trasformi nell’immagine di Cristo, Lui che sommamente amiamo.

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